180606 - Il fascino perverso di Pitagora

Tratto dall’articolo di Armando Torno pubblicato su Il Sole 24 Ore, domenica 6 maggio 2018

 

Le dottrine dell’antica scuola di Pitagora, divenuto ben presto un eroe leggendario, (...) riguardano politica, medicina, matematica e musica, astronomia, religione, ovviamente filosofia e anche altro. (...) per la norma vigente nella setta che imponeva ai membri di mantenere il segreto sugli argomenti trattati, un acuto filologo come Léon Robin affermò nella sua opera «La pensée grecque»: «Non c’è problema più imbarazzante di quello della storia del Pitagorismo».

Eppure, questa scuola visse attivamente un migliaio d’anni, se si accetta come data di nascita di Pitagora il 570 circa prima di Cristo. (...) Guglielmo Ruiu ha ritradotto con testo a fronte (e accurato commento) per l’editore La Vita Felice un’ampia scelta di Simboli, che la tradizione antica attribuiva a Pitagora o alle prime conventicole operanti nella Magna Grecia. (...) si è dinanzi a sentenze misteriose, a volte paradossali, comunque esoteriche. Ne riportiamo tre: “Sputa sui ritagli dei tuoi capelli e unghie”, “Non mangiare su un carro”, “Per generare figli non unirti a una donna piena d’oro”.

Se dovessimo discutere le datazioni e le ipotesi tentate sul commento di Ierocle e sui Simboli, potremmo riempire una biblioteca, senza comunque arrivare a una conclusione certa. Il mondo che saluta in Pitagora un sapiente divino, nel millennio delle sue attività desta sorprese e stupore ovunque: al tempo di Posidonio (muore nel 50 circa a. C.) si celebravano ancora “orge” dionisiaco-pitagoriche; la setta d'iniziati, che il maestro fondò a Crotone, avrebbe intrattenuto rapporti - si veda il saggio di Dodds, I Greci e l’irrazionale - con sciamani e addirittura con il leggendario Abari, di cui tra gli altri parla Erodoto nelle “Storie” sostenendo che proveniva dalla mitica regione dell’Iperborea, mentre Platone nel Carmide testimonia la sua cura dell’anima attraverso epodai, incantamenti. Si dovrebbe inoltre parlare delle numerose donne pitagoriche. E ancora: le notizie sulla vita del fondatore ci sono in gran parte pervenute attraverso le biografie di Porfirio e di Giamblico, che muoiono rispettivamente nel 305 e nel 325 della nostra era, ovvero circa otto secoli dopo Pitagora. Né va dimenticato che Apollonio di Tiana, considerato il Cristo dei pagani, giacché a lui Flavio Filostrato attribuisce miracoli simili a quelli di Gesù, era un pitagorico. E questi condusse vita ascetica nel primo secolo dell’era volgare.

Hiéroclès D’Alexandrie, Commentaire sur les vers d’or des Pythagoriciens , Traité sur la providence , tradotti, introdotti e annotati da Noël Aujoulat

e Adrien Lecerf, Les Belles Lettres, Parigi, pagg. 336, € 35

Pitagora, Simboli , a cura

 

di Guglielmo Ruiu, La Vita Felice, Milano, pagg. 188, € 12,50


180607- Abari

https://it.wikipedia.org/wiki/Abari

 

Abàri o Abaride (Ἄβᾱρις Ὑπερβόρειος, Ábaris Hyperbóreios) fu un leggendario indovino, taumaturgo e sacerdote di Apollo, forse realmente esistito e collocabile tra il VII e il VI secolo a.C.

Tra mito e realtà

Secondo Erodoto (4,36), Pindaro e Platone, Abari proveniva dalla mitica regione dell'Iperborea, situata nell'estremo nord. Qui avrebbe appreso e sviluppato le sue abilità di guaritore. Secondo la leggenda, per aver esaltato in versi il viaggio di Apollo agli Iperborei, fu fatto primo sacerdote di Apollo Iperboreo e avrebbe ricevuto dal dio il dono dello spirito profetico e una freccia d'oro che si portava sempre dietro. Secondo alcune tradizioni anteriori la freccia gli permetteva di volare e grazie ad essa girava per tutta la Grecia guarendo ammalati senza mai toccare cibo.

Platone (Carmide 158C) lo classifica fra «i medici Traci» i quali praticavano una medicina che cercava in primo luogo di curare l'anima per mezzo di «incantamenti» (epodai).

Secondo il lessico Suda, Abari venne in delegazione ufficiale dal paese degli Iperborei ad Atene al tempo della terza Olimpiade. Il Suda attribuisce, inoltre, un certo numero di libri ad Abari, compreso un volume degli Oracoli Scitici in esametri, una teogonia in prosa, un lavoro sulle purificazioni ed un poema su Apollo presso gli Iperborei.

Secondo una variante della sua storia costruì il Palladio con le ossa di Pelope o, in alternativa, facilitò l'entrata del simulacro nel tempio di Atena a Troia[1].

Abari e Pitagora

Vari aneddoti su questo personaggio sono citati nella Vita Pitagorica di Giamblico, dove si narra che Abari debellò la peste in molte città, fra cui Sparta e Cnosso (VP 92-93). Abari compare in una scena accanto a Pitagora alla corte del tiranno siciliano Falaride. I due saggi discutono su argomenti divini e sollecitano l'ostinato tiranno a seguire la virtù (ibid. 215-221). Giamblico, inoltre, attribuisce ad Abari una grande esperienza e perizia nei sacrificio di animali (ibid. 93).

Sempre secondo Giamblico fra i due saggi vi fu uno scambio di doni: Abari donò la sua freccia d'oro a Pitagora, che in cambio gli mostrò la sua coscia d'oro. Alcuni studiosi tendono a credere che la freccia rappresenti una bussola e la coscia d'oro non sia altro che il rapporto aureo. Dicevano anche che aiutò il Palladio a scendere dal cielo per insediarsi nel Tempio di Minerva: la statua però si collocò da sola sull'altare. Abari prevedeva i terremoti e scongiurava le pestilenze.

Influenze

Questo e altri personaggi leggendari presenti nella tradizione greca, come Aristea di Proconneso, accerterebbero i legami tra la cultura greca e lo sciamanesimo delle culture subartiche.

Secondo Karl Meuli[2], «la leggenda di Abari affonda pienamente le radici nelle genuine e antiche credenze religiose degli Sciti»...«Abari è uno sciamano, o piuttosto l'archetipo mitico di uno sciamano». Della sua possibile appartenenza allo sciamanesimo parla anche E.Dodds nel volume I Greci e l'irrazionale. Il viaggiare nell'aria sopra una freccia è una particolarità che si ritrova sovente nella descrizione dei poteri degli sciamani del nord, come pure la capacità di vivere senza alimentarsi.

Note

^ A. M. Carassiti Dizionario di mitologia greca e romana 1996, pag.1

^ Scythica, in Gesammelte Schriften, Basel, Schwabe, 1975, II, pp. 163-64

Bibliografia

Carmide di Platone nel passaggio su Αβάρις Υπερβορέος

Erodoto, Storie IV.36

 

(EN) Abaris nell'undicesima edizione dell'Enciclopedia Britannica


180405 - Elogio della lentezza

 Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri tra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura. Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio.

 

In quel suo libro dedicato alla lentezza, Kundera la elogia perché permette la memoria.

Lentezza significa anche ritrovare tempo per sé stessi. Questo è un altro enorme filo conduttore del percorso di ricerca dell'umanità intera e di ognuno di noi. Abbiamo innumerevoli illustri esempi lungo tutta la storia:

il motto Delfico (conosci te stesso) con la conseguente esortazione socratica di cercare il proprio daimon.

Il VTRIOL alchemico-massonico.

La vita autentica di Heidegger (da autentes = che riguarda se stesso).

E poi, solo se rallenti puoi accorgerti, stupirti.

Dallo stupore nasce la filosofia. Il thauma aristotelico non è solo meraviglia positiva, è anche spavento che si prova di fronte a ciò che è immensamente superiore a noi. Allora solo se rallenti puoi fare i conti con l’escaton, puoi prepararti alla morte.

Inoltre, talvolta occorre proprio fermarsi.

Questo rallentamento del tempo è anche s-collegato, richiede forme di rarefazione o sospensione delle connessioni. Chi sono oggi i monaci? Chi sono gli eremiti? In un libro molto divertente, Cavazzoni  afferma che oggi gli eremiti non potrebbero più resistere, perché non avrebbero nessun luogo, nessun deserto dove non ci sia la rete Internet, nessuna rupe dove il fisco non li possa raggiungere e chiedere loro la dichiarazione dei redditi.

Un'altra forma di rallentamento è l’otium.

Non è l’ozio nel senso del vizio. È il luogo dell'attività della mente e dello spirito, è la vita della mente (Hannah Arendt).

Nella tradizione latina l’otium era un beneficio dei ricchi.

Essere nel presente

Nella sua evoluzione cristiana medievale diviene la vita monastica.

C’è un insegnamento comune ai monaci occidentali come orientali: “essere totalmente in ciò che sto facendo”, anche se sto coltivando l’orto. Ricordate “metti la cera, togli la cera...” ?

Così in una meditazione.

Così in un rito.

E osservate che il contrario è neg-otium...

Occorre educare all'ozio? Perdere tempo è un privilegio di quando si è giovani. Del resto “scuola” deriva da skolè = ozio, tempo libero.

 


180312 - Emily Dickinson

 

L’eterno maschilino

Emily crebbe in una famiglia puritana. Il padre, molto rigido, le impose fin da piccola il ruolo di piccola donna, che fosse dedita alle faccende domestiche senza la distrazione del pensiero o dell’arte. Nel tentativo di addomesticare, se non proprio di ribellarsi a questo ruolo che le stava stretto, fin da piccola immagina in sé un alter ego maschile al quale siano concesse quelle avventure di esplorazione dei boschi e dei libri che coltivò più o meno di nascosto. Chiamerà Tim questo doppio maschile, forse come ricordo del bambino sciancato del canto di Natale di Dickens.

Contro la religione

Cresciuta in una famiglia rigidamente puritana, dei suoi dice: “tutte le mattine si rivolgono a un’Eclisse – che loro chiamano Padre” (Lettera 34)

Trascendenza

Cercò di affrancarsi dal peso dei formalismi religiosi, ma non fu atea. La sua apertura al trascendente è una presenza frequente nella sua poesia, specie nei momenti in cui essa rispecchia e in qualche modo prova a elaborare il lutto.

Cecità e reclusione

 

Non si sa bene di quale malattia abbia sofferto, ma verso i quarant’anni la sua vista peggiorò talmente da farle temere la cecità. Dovette diminuire enormemente la lettura. Questa dannazione assomiglia a quella, definitiva, che coglierà J. L. Borges nel secolo successivo. C’è qualcosa di misterioso nel declino fisico di Emily. Dopo i quarant’anni vive quasi completamente reclusa in casa. Non esce mai e raramente riceve. Anche in quei casi, benché si tratti di amati amici, non li incontra di persona, parla loro da una stanza all’altra. Si veste sempre e unicamente di bianco, come una sposa eternamente sulla soglia del sagrato. Ma i concittadini la vedono solo -raramente- passare come un fantasma dietro alle finestre della casa di famiglia, oramai sempre più solitaria.


180110 - L’INTELLIGENZA DEL POLPO -lezione del biologo Fiorito alla Normale di Pisa

Su La Stampa oggi 10 gen. 18

 

(...) «I polpi hanno cinquecento milioni di neuroni, (...) e un’altrettanta sviluppata capacità di apprendimento. Tra la metà degli Anni Ottanta e inizio Anni Novanta abbiamo condotto una serie di esperimenti con lo scopo di verificare se i polpi potessero imparare a svolgere un compito semplice. Come l’apertura di un barattolo. Nell’esperimento il polpo doveva raggiungere un granchio dentro un barattolo di vetro dotato di una serie di fori tappati. Ebbene, dopo una serie di tentativi ed errori, il polpo ha imparato ad aprire il barattolo (...) Non solo. Lo scienziato è andato ben oltre, dimostrando che la capacità di apprendimento, in questo caso aprire il barattolo, poteva essere appresa anche soltanto osservando a distanza un altro polpo che lo faceva.»


180101

ERMANNO CAVAZZONI, L’IMBUTO DI MEZZANOTTE

«Chi è che dispensa i fine anno? Questo non lo so. Ritengo però che il fine anno sia come un imbuto, anzi, come il buco di scarico di un lavandino: tutta l’acqua dell'anno con la sua sporcizia, i capelli, il sapone da barba, i peli, si mette a girare in vortice e più si avvicina al buco più il vortice ruota e si stringe, e tutte le schifezze si addensano in un bolo indigeribile. Verso mezzanotte il gorgo è così stretto che l’acqua coi residui dell’anno passa a fatica; al momento del brindisi ci si guarda intorno: dove siamo ha un significato, con chi altrettanto, e altrettanto chi c’è e chi non c’è, e poi l’allegria forzata, lo stato d’animo; stessa cosa se uno è solo, sente i botti di fuori, tutto converge ugualmente nell’imbuto mentale, e a mezzanotte se c’è troppa schifezza accumulata si forma una specie di tappo, il lavello dell’anno in corso si ingorga e straripa; bisognerà sturare e cambiare vita e speranze. Per ciò è uso stappare le bottiglie, è un simbolo molto evidente di buon augurio, si potrebbe stappare un lavello, sarebbe ancora più evidente, ma sarebbe scomodo, quindi ci si è accontentati per tradizione della bottiglia; sarebbe più didascalica l’acqua sporca con residui di sapone e cibi indigesti, si è ripiegato sul vino spumante, che simbolicamente sta per l’idraulico liquido o l’acido muriatico, l’uomo vive di simboli.»

Tratto da Ermanno Cavazzoni su Il Sole 24 Ore, inserto domenica, 31 dicembre 2017