EPISTEMOLOGIA DEL LAVORO

La nostra parola «epistemologia» deriva da episteme, che in Greco antico significava conoscenza certa, o verità, in antitesi con doxa, conoscenza soggettiva, o opinione. Possiamo individuare dietro a queste parole la questione comune dell’elaborazione di una teoria che sostenga e giustifichi la validità delle nostre conoscenze. Ciò che conosco è vero? Oppure è parzialmente (o totalmente) distorto da qualcosa? Questo qualcosa possono essere i nostri sensi, così inesatti, o i nostri ideali, o i nostri pregiudizi.  E le cose che vedo, che sento attorno a me (gli oggetti, le persone, il tempo che passa) esistono veramente? Potrei mai esserne sicuro?

Tra due persone che non sono d’accordo su un’affermazione, come stabilisco chi ha ragione? È possibile capire quale delle due è coerente con le idee più giuste? Ma «più giuste» secondo che cosa (secondo una religione, un’ideologia o una teoria scientifica, ecc.)? Oppure è possibile stabilire quale delle due sta usando il metodo di analisi più corretto?

 

È possibile definire domande di questo tipo come la questione degli occhiali che abbiamo sul naso quando osserviamo il mondo. A seconda di quali occhiali indossiamo, possiamo vedere cose diverse. E una faccenda non da poco riguarda il fatto se questi occhiali ce li troviamo o li possiamo scegliere, se siamo o no consapevoli che li possiamo cambiare, e se siamo in grado di cambiarli.


QUALI SONO QUESTI OCCHIALI?

 

Se esiste un ottico da cui comprarli, credo che quest’ottico abbia almeno tre diversi cassetti nei quali, ordinatamente, conservare tre tipi di occhiali diversi. Nel primo cassetto, troviamo quelli che riguardano il modo con cui conosciamo, i metodi con cui ragiona la nostra mente, i programmi con cui facciamo ricerca scientifica, la prospettiva con cui ci poniamo in rapporto con la realtà, i sistemi con cui apprendiamo, ecc.: questo cassetto ha un’etichetta su cui c’è scritto «epistemologia» o, se il nostro strano ottico vuole usare un termine più generale, «logica».

Ma esso non è che uno dei tre importanti cassetti del nostro ottico.

Gli altri due sono quello dell’«estetica» e dell’«etica».

Io, comunque, non vorrei essere nei panni di quell’ottico nel momento in cui deve decidere in quale cassetto riporre un paio di occhiali. Infatti, le tre categorie non sono perfettamente separate ed esclusive tra di loro. Al contrario, esse hanno grosse aree di sovrapposizione. Ad esempio, mi capita spesso di trovare bellezza nella bontà, di osservare che un certo comportamento, che io considero etico, ha una sua profonda bellezza.

 

Un’altra sovrapposizione che vivo intensamente è quella tra logica ed etica. Ad esempio, se scegliamo di aderire a sistemi molto rigidi di affermazione della verità, se siamo molto convinti della validità dei nostri sistemi logici, questo può in taluni casi implicare una limitata disponibilità, una bassa accoglienza verso chi la pensa in modo diverso da noi. E questa faccenda della disponibilità e dell’accoglienza, del rispetto verso la diversità è una questione tipicamente etica.


13 marzo 2016 - FILOSOFIA E ARTE

Oggi è morto Hilary Putnam, probabilmente il più grande filosofo della scienza contemporaneo. Più di tutto, di lui mi è piaciuto il fatto che, da bravo filosofo analitico, era refrattario ad ogni steccato, ad ogni barriera ideologica, anche in filosofia. Inclusa la barriera che dividerebbe i filosofi analitici dai filosofi continentali, con i quali amava confrontarsi spesso. E dunque anche la distinzione tra ragionamento logico ed intuizione artistica. Mi viene in mente solo un altro filosofo che abbia saputo fare la stessa cosa: Richard Rorty.

 

Rorty diceva spesso che se, abbiamo dei rigorosi principi morali, questo è dovuto molto più probabilmente alla lettura fin da piccoli di favole e romanzi come Cenerentola o l’Ultimo dei moicani, piuttosto che trattati filosofici di etica. E Putnam affermava che “le descrizioni della vita umana che possiamo ritrovare nei romanzi di Tolstoj o di George Eliot non ci offrono soltanto svago intellettuale, ma ci insegnano a comprendere meglio il senso della nostra vita.”


NEL MONDO DEL LAVORO

E’ possibile applicare queste riflessioni al mondo del lavoro? Facciamo un esempio. Se si assegna un tipico obiettivo di efficacia ad un capo area vendite, che è quello di raggiungere un certo livello di fatturato (budget) per il prossimo anno, si sta correttamente orientando quella persona e tutta la forza di vendita che coordina verso un traguardo che sta a cuore all’azienda. La tradizione delle analisi su questo tipo di obiettivi si è arrovellata sull’opportunità o meno di inserire in un budget di questo genere elementi di efficienza (ad esempio: non solo il fatturato, ma la differenza tra i ricavi ottenuti e i costi sostenuti per ottenerli). Nel complesso queste sono discussioni attinenti alla logica di funzionamento dell’organizzazione.

Ma di recente ha incominciato a comparire sempre più, sulla scena delle vendite, una serie di considerazioni legate ad altre variabili, quali la soddisfazione del cliente, la capacità di rispondere ai suoi reali bisogni, l’assistenza post-vendita, ecc. Molte di queste considerazioni sono ben note a chi è tradizionalmente un buon venditore, ma sono state di recente codificate in modo formale nelle riflessioni della qualità. Siamo ancora nella logica, poiché questi obiettivi sono tradotti in procedure di budget, in manuali della qualità, in direttive strategiche, ecc.

Tuttavia, essi sono anche qualcosa di più: incominciano ad essere un ragionamento non solo su ciò che si fa per raggiungere un obiettivo, ma anche sul come lo si fa, rispetto a quali valori. Si fa strada, cioè, in questo semplice esempio come in mille altri possibili, un ragionamento di tipo etico.

Il capo area vendite di cui si è detto potrebbe trovare qualche metodo molto efficace per raggiungere il budget nell’area dell’illegalità o dell’immoralità (ad esempio, pagando tangenti nel settore pubblico o «ungendo ruote» nel settore privato, oppure vendendo prodotti di bassissima qualità, o sfruttando mano d’opera di basso costo in paesi esteri).

Fin dove la logica della produttività (efficienza ed efficacia) può essere considerata prescindendo dall’etica?

 

Se qualcuno non fosse convinto o pensasse che questo è un ragionamento giusto ma ideale (o ideologico), vorrei ricordare che molte aziende stanno scoprendo che la produttività senza etica forse determina vantaggi nel breve periodo (si vende di più, si paga di meno), ma svantaggi nel lungo (per continuare con i pochi esempi che abbiamo fatto, si può trattare di perdite economiche quando un magistrato emette una condanna, di perdite di immagine quando la televisione denuncia sfruttamenti, di vere e proprie perdite di clienti quando si scopre che i prodotti sono di bassa qualità e durano poco). E oggi è dimostrato che un sempre maggior numero di consumatori vogliono avere garanzie etiche sui prodotti che comprano e sulle loro filiere.


UN LIBRO

Ho scritto un libro su questi temi. Sono già passati alcuni anni ed oggi forse lo scriverei in modo diverso. Tuttavia molte cose sono ancora attuali, forse perché, permettetemi di dirlo, sono eterne. Eterne sono le domande della filosofia. Per questo trovate in fondo questa pagina alcuni capitoli del libro Gli occhiali di Ergane, edito da Franco Angeli e acquistabile su

 

http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=8622

 

 


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ERGANE 2 estratto LOGICA ETICA ESTETICA.
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